Che v’importa degli operai, tanto a breve spariranno
sostituiti da macchine che producono altre macchine.
Che v’importa dei loro tendini, dei loro polmoni presi in prestito
del loro cervello che muore in un movimento monotono.
Che v’importa se la loro giornata non ha senso
se inizia con la sveglia e finisce nel frastuono.
Che v’importa della mola
che gli sputa in faccia la sua forza abrasiva,
dei guanti buchi sopra i loro tagli neri,
che v’importa se crescono in cattività come asini da soma
e se per cibo hanno erba condita con acetilene
e delle dosi di caffè da bere per essere operativi attenti nevrotici.
Che v’importa, davvero
se l’operaio in catena lascerà il posto al personale più specializzato
alla fantascienza di macchine che in proprio ragionano
così perdendo ogni traccia di cuore muscoli e cervello
in favore di tic binari e di codici nervosi.
Che v’importa se magari un giorno
ci sarà una poesia per qualsiasi attrezzo rovinato, per qualsiasi bullone perduto
per qualsiasi cacciavite sbeccato
ma non per ogni morto sul lavoro.
Cosa vi importa – io mi chiedo – se ci saranno meno operai e più poeti
e si perderà così il ricordo
di una classe che scesa in piazza ha fatto tremare ogni padrone porco?
Che v’importa degli operai, tanto a breve spariranno;
restate lì, all’aria aperta
vivete le vostre mani bianche, la loro bellezza
e leggetevi una poesia sul pascolo della sera.