Ostaggio d’insonnia

mi scucio da prati di lenzuola 

e il mio palmo scorre

sulla sagoma della città che riposa.

Accendo un fiammifero

e un altro ancora…

le braci sono lucciole di sapienza

le aspiro 

quasi a dare linfa

alla voce del mutismo.

Il ticchettare dei minuti

è il metronomo per il mio violino spezzato

e non c’è chiave nota

a infrangere questa rottura. 

Spalanco le persiane.

Oltre queste mura

i lampioni rendono tutto uguale.

Fuori di qui

il silenzio cammina per una strada vuota.

Proprio come Dio nel mio centro.